Dolore e conforto


 


 

 

Questa volta mi esprimo.

Il dolore è  così presente, costante nella vita quotidiana, in piccole, piccolissime dosi o soverchiante e schiacciante come cavalloni che si infrangono sugli scogli dei nostri poveri corpi ed anime, lasciandoli senza fiato, senza parole, con una domanda interiore, se fosse possibile sopravvivere a tanta devastazione.
L’essere così messi alla prova, a volte sfugge, non cogliamo la lezione se la prova è piccola, non diamo peso, il nostro senso di eternità ed invincibilità domina e “snobba” la prova. Se fosse un sentimento di eterno ed invincibile radicato nel nostro profondo, dove trova sede naturale l’Assoluto, l’Inqualificabile, l’Illimitato, l’Infinito, umilmente accoglieremmo ogni singola minuscola prova e con semplicità la supereremmo. La nostra attenzione non verrebbe mai a mancare e la nostra compassione fiorirebbe con ricchezza di espressione, continuamente. Non ci faremmo ingannare dall’ego, che pieno della paura di qualsiasi grandezza di perdita – perché il dolore è sempre per una perdita: di salute, di indipendenza, di qualcosa che ci appartiene, di qualcuno che ci è vicino , o di qualcosa che non otteniamo -, l’ ego restringe sempre di più la visione su se stesso, su quel granellino di sabbia che è, sentendosi così sempre più perduto a tutto il resto. Così prima o poi arrivano i cavalloni.. o forse così ci appaiono anche piccole onde che lambiscono appena la nostra spiaggia.
Solo quando si comprende che il dolore viene per chiedere di espandere i nostri limiti, inglobare il bene e il male e farne un’unica esperienza o un’esperienza unica, solo quando il cuore si espande a comprendere, a capire che la vera compassione è abbracciare la totalità della nostra vita e quindi anche la vita degli altri, l’amore gratuito, solo allora il dolore avrà esaurito il suo ruolo e si trasformerà istantaneamente in una gioia profonda e guaritrice. Questo non significa che non urleremo più per il nostro soffrire, che non ci lamenteremo, ma sarà fatto spontaneamente con più discrezione, con la consapevolezza amorevole di voler condividere soprattutto le nostre conquiste, ossia la volontà di non solo voler mantenere ma  anche rafforzare la propria dignità di essere umano, corpo ed anima.
Esempi di questa dignità ne troviamo in ogni angolo del mondo, se guardiamo con attenzione ne troviamo molti vicino a noi, e se ciò non fosse, un’altra parte del dolore trasformato in gioia è essere noi stessi esempio: il sapere che la sofferenza non è fine a se stessa ma può sfociare nell’opposto, proprio nel saper dare conforto a chi ancora non lo trova. 

Questo è il fiore che sboccia dall’arbusto spinoso, che darà un dolce frutto.





Da “ Diario di un dolore” di C.S.Lewis (ed. Adelphi 1990 pagg. 9, 11)

 

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.

Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. E’ così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me.

(…)

E nessuno mi aveva mai detto della pigrizia del dolore. Tranne che nel lavoro, dove la macchina sembra funzionare più o meno come al solito, ho orrore di ogni sforzo, anche minimo. Non dico scrivere, ma perfino leggere una lettera è troppo. Perfino farmi la barba. Che importa ora se la mia guancia è liscia o ruvida? Dicono che chi è infelice vuole distrazioni – qualcosa che lo aiuti a non pensare. Sì, ma come un uomo stremato, in una notte fredda, vuole sul letto un’altra coperta: piuttosto che alzarsi a cercarla, preferisce continuare a battere i denti. Si capisce perché le persone sole diventano sciatte; e, alla fine, sporche e disgustose.

E intanto dov’è Dio?






Da “ Solo l’amore crea ” di Fabio Rosini (ed. San Paolo 2017, pagg.127,128,130,131)

 

La vera consolazione: dare completezza


Qual è allora la vera consolazione, non errata, né ipocrita o sentimentale -piagnucolosa -, capace di fornire strumenti attraverso i quali saper vivere il tempo del tormento? Cosa è “consolare gli afflitti”?

In ebraico per consolare si usa il termine nacham, vuol dire riposare, fermarsi, trovare requie o anche dare rifugio a chi cerca il luogo della pace, dove la sofferenza finisce.

Il greco usa un verbo con una preposizione, parakaleo,chiamare dappresso. E’ il nome dello Spirito Santo, il Paraclito, ed è il nome dell’avvocato difensore – ad-vocatus alla lettera – ed è il consigliere, il maestro interiore.

Ancora più interessante (...) è l’etimologia latina cum-solari, altrove tradotta maccheronicamente stare con il solo, ove l’antico sòllus – sòlus non vuol dire solo, solitario, ma intende il completo, l’intero; (…). In effetti esiste un’espressione latina che suona solari famen che sgnifica sfamare, rendere sazi. Consolare si presenta quindi curiosamente in una chiave di dare completezza perché, in effetti, il dolore è privazione.

(…)

La vera consolazione è il compimento del processo che inizia da uno stato di privazione, quando si trova la parte mancante, quando si riceve il senso completo del cammino della sofferenza. Il consolatore, nell’accezione latina del termine, è colui che ridà il pezzo sottratto dal dolore, affronta la menomazione che lo rende invivibile, torturante, perché ammesso in maniera incompleta.


N.B.: In quarta di copertina del libro “Diario di un dolore” di C.S. Lewis, è scritto di come l’autore sia riuscito a raccontare con precisione ed onestà, il dolore puro, un breve libro che racconta la reazione dell’autore alla morte della moglie.

Don Fabio Rosini è un sacerdote di cui ho avuto il piacere di ascoltare qualcuna delle sue omelie che attirano folle per la loro profondità, colorita da un linguaggio schietto, intervallato dal romanesco, che vanno dritto al punto attraverso le parole dei testi sacri. Anche i suoi libri usano la stessa espressività.

Quello che Fabio Rosini affronta nel capitolo “Consolare gli afflitti” è una comprensione profonda e completa del dolore e della consolazione relativa, in termini sì religiosi, ma di vera spiritualità.



Commenti

  1. Siamo in fervida attesa di nuovi salvagenti visivi e/o sonori!A presto

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